III DOMENICA DI AVVENTO Anno C
“……«Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». !. …” (Lc. 3,14)
Oggi è la domenica della gioia! Nella serietà del tempo di Avvento si apre uno squarcio di gioia, quella gioia che dovrebbe accompagnare la vita di tutta la Chiesa: la gioia dell’aver incontrato Gesù e nel seguirlo, in attesa del Natale e dell’incontro definitivo con Lui! Giovanni, esortando tutti al bene, è come se ci dicesse che non ci dobbiamo rassegnare a vivere nell’ipocrisia, nel compromesso, nel torbido: il male sfigura e ci rende schiavi: siamo capaci del bene, siamo creati per vivere bene, per dare a ciascuno il suo, per non estorcere niente a nessuno, per non vivere schiavi del nostro egoismo. D’altronde, mettiamoci nei panni di chi subisce quegli atteggiamenti sbagliati citati da Giovanni: quanto soffre chi vive nella miseria per l’avarizia e l’insaziabilità degli altri? chi è maltrattato per la durezza dei familiari o preso in giro e allontanato dalle persone che gli stanno vicino? chi non riesce ad arrivare a fine mese per le fregature della gente (con datore di lavoro e politicante compreso…)? Vedete, Dio non ci ha creati per questo: non ci si può giustificare dicendo siamo uomini perché chi fa il male è disumano! Il vero umano è solo Gesù, capace solo di amare e dare a ciascuno il suo e anche di più, e a cui noi vogliamo somigliare; il primo punto è riscoprire quelle qualità meravigliose che abbiamo dentro e tirarle fuori! Ma c’è di più; Giovanni ci dice: non siete solo capaci del bene, ma siete per-sino capaci di accogliere Dio dentro di voi e di lasciarlo operare in voi: Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me…. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Gesù ci battezza, cioè ci immerge in Dio, ci dà la vita di Dio, l’anima di Dio, il Suo Spirito in noi; se con la fede lo lasciamo entrare, ci purifica dalla “pula”, cioè dalle scorie dei nostri peccati, dai pesi degli attaccamenti morbosi, dai lacci dei vizi e dei nostri modi egoisti di fare, rendendoci capaci di amar e donarci fino in fondo. Certo, se lo vogliamo!».
Il Vostro Don Giuseppe SAPONARO
