XXXII Domenica del Tempo Ordinario – “Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete”. (Mc. 12,41)
Tanti ricchi ne gettavano molte
L’ostentazione della ricchezza è un fatto necessario perché ad essa è legata la “benedizione” di Dio, in altre parole c’era la convinzione – mai tramontata – che l’abbondanza dei beni fosse un segno esplicito della benevolenza divina. Da qui l’ostentazione che non è soltanto dei singoli ma d’intere comunità. Dall’austerità del romanico si è passati lentamente agli arzigogoli barocchi nel costruire le chiese. Non è soltanto questione di gusti, di mode, dietro c’è la subdola convinzione che la ricchezza sia segno di predilezione divina. Il Concilio Vaticano II raccomandava la ricerca di una nobile bellezza che una mera sontuosità (SC 124) eppure stiamo assistendo ad un barocchismo di ritorno.
In verità io vi dico – Amén légo ymín
È una formula solenne quella con cui Gesù apre l’insegnamento dopo aver chiamato a sé i discepoli distratti dai rumori e dalla folla. Gesù va oltre l’apparenza, guarda l’animo, scende in profondità. Il contrasto è enorme tra chi gettava molte monete e la vedova che ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere. Il vangelo parla di due monetine che la donna non ha spartito.
Le tante monete nella loro abbondanza erano solo parte del superfluo (neppure tutto), le due monetine invece provengono dalla miseria e sono il tutto.
Se il denaro dei ricchi serve a costruire gli edifici, a mettere insieme le pietre dei templi, chi edifica davvero la Chiesa è il dono sincero e gioioso (2 Cor 9,7) dei poveri, e spesso lo dimentichiamo. Con la nostra ricchezza pensiamo di andare in loro aiuto ma ci dimentichiamo di imparare da loro.
Il gesto di questa donna dovrebbe ispirare tutti nella Chiesa, di chi dona e di chi raccoglie, perché il necessario uso del denaro sia segno di verità e libertà.
(don Luciano CANTINI)
